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    ISULIS – isole

    Discanto

    Arcipelaghi
    L’isola è un topos simbolico e letterario tra i più antichi e resistenti.
    L’isola è mondo a sé, chiuso, lontano, sempre altrove rispetto alla norma, al dato, alle cose. In essa si può trovare il locus amoenus o l’incubo, la trappola mortale o la salvezza.
    Sempre si trova o si spera di trovare la differenza: nessuna isola sarebbe più deludente da trovare se non un’isola che non ha nulla di differente dalla terra ferma, che non abbia sviluppato forme, presenze, assenze che la rendono narrabile.
    Per tratteggiare un’isola bastano pochi elementi: il mare, spazio inquieto che per i greci sottostava all’imperio di un altro dio, rispetto alla terraferma, il cielo con i suoi presagi d’aria ed un pugno di terra circondata, sola, impotente.
    L’isola non è terra e non è neppure mare. Da questo vive assediata e di questo sopporta la frusta salata di onde e maree. Luogo in cui essere e divenire riescono a manifestarsi in modo trasparente.
    Così, è stato abbastanza facile anche per me rifugiarmi in questa metafora. Questa raccolta dice del separarsi dal mondo e dal suo fluire, dell’essere “isola” costretta ed assediata, pietrificata nelle possibilità.
    “Mârs” è l’assenza di terra che ogni isola mostra, ma allo stesso tempo anche l’assenza di mare laddove mare ci dovrebbe essere. E’ anche l’impossibilità dell’essere: non c’è nessuna sospensione temporale che salvi dall’erosione della costa ad opera delle maree.
    Tutto continua a divenire e ciò lo scopre chi dall’isola riesce ad uscire: non gli viene restituito lo stesso sé né lo stesso mondo, ma una geografia altra, fatta di altre forme e altri movimenti.
    Seconda sezione del libro è “San Pauli”, che isola lo è stata davvero, per tutto il ‘600, quando il Tagliamento l’aveva chiusa fra due rami e che ha sviluppato nei secoli seguenti una propria originalità rispetto al territorio circostante.
    A San Paolo ho lavorato per vari anni entrando in tutte le case ed imparandone le parole. Ogni giorno percorrevo un cerchio di chilometri ed ogni giorno incontravo gli stessi campi, le stesse case, le stesse persone. Per me il privilegio di assistere al tralucere di essere e divenire.
    Circolo ermeneutico nel mio girare quotidiano, la com-
    prensione di un testo che restava e si rinnovava insieme al mio stare e rinnovare.
    A legare assieme queste parti circondate e agitate dall’acqua, ci sono “I pomodoros da la Nives”, le opere da fare giorno per giorno, un elemento di terra, un legno salvifico.
    I pomodori che Nives, mia madre e Tin, mio padre, ogni anno coltivano. A loro modo un’altra isola, un altro
    modo di essere isola, dove fatica e gioia si offrono, come possibilità cosmica di condivisione, ad ogni passante.

    Infine dei saluti. A tre donne: Alba, Sabrina e Francesca che attorno all’isola stavano. A quelli di San Paolo, a quelli che, ora più che mai, non hanno morte. A Rita Ferro, a don Gigi Zadro e alle nostre eucarestie di tabacco. A Marco e Anna. A Ennio, che arriva in grava alle sei di sera con la chesterfield in bocca, lo shampoo e la musica a manetta. A Marco, in attesa di un altro aperitivo. A Raff BB, Guido, Lussia, Bianca, Alfredo, Fabian, Maurizi, Pauli, Vera, e tutti gli altri garps e trastolons, perchè è una consolazione pensare di avere a che fare con loro, comunque sia, fino alla fine. A quelli di Mortegliano, di Andreis, del Disquisito e di Acque di Acqua. A Giacomo Sandron, perché è meglio che se ne stia alla larga. Ai soliti goriziani.
    A Alessandra per tutto quello che ha fatto e che fa.
    Per tutti quelli che, ovunque, esercitano il sacrosanto diritto di camminare, muoversi, migrare.

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    KEBAR KROSSÈ

    Friulano

    Al è sucedût alc di brut a Udin e tal Friûl dal avignî. Une vore brut. No dal gjenar di chel dal violentissim “The Road” di Cormack Mc Carthy, li che il mont si à crevât in pôc timp, fracassant cuasi ogni forme di relazion sociâl. Pluitost la ruvine, in chest romanç di Stiefin Morat, e je lade indenant par plui timp, laint, secjant e fruçant ce che al jere e lassant in pîts une fantasime di societât che e sorevîf framieç dal lâ in sflics dai edificis e des sôs fondis esistenziâls, intal desert. La narazion di Morat e je plene di variazions linguistichis di ogni gjenar: di classe sociâl, di regjistri, di forme espressive e e je travanade di citazions che a tirin a ciment lis cognossincis leterariis dal letôr, començant dal non dal protagonist, Montàg che al è chel istès di “Fahrenheit 451” di Bradbury, passant pal huxleyan Soma e pal gibsonian Dexe e cuissà ce altri. Une distopie leterarie, intun mont in transizion viers no si sa ben ce, che e mostre i dams di dinamichis, ideologjiis, fats che a son za in vore orepresint.

    Al è sucedût alc di brut a Udin e tal Friûl dal avignî. Une vore brut. O isal daûr a sucedi?

    Donato Toffoli

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