• € 13,00

    AMICI 1993 fragmentularia postuma

    Discanto

    E dirò col vecchio Massimiano: “Non sum qui fueram periit pars maxima nostri” o col giovine Foscolo: “non son chi fui, perì di noi gran parte”, e qual parte? Giovinezza, amori, amici?

  • € 12,00 € 10,00

    BIONDA SALAMANDRA e altre poesie

    Discanto

    Poesia della vita, della quotidianità, dei ricordi e degli affetti. Schietta e disarmante nella sua purezza, la poetica di Benedetti traghetta in un mondo visto con occhi innocenti ma, non per questo, ingenui.

  • € 8,00 € 4,00

    BREVIARIO IRACHENO

    Discanto

    “Guerra è guerra – dicono –
    ed essenziale è vincere,
    distinguere
    vincitori e vinti.
    Io vedo solo sconfitti.”
    Silvio Cumpeta

  • € 12,00 € 8,00

    IL “34”

    Discanto

    «Sono 24 poesie di impianto drammatico-narrativo, capaci di ridare corpo a figure e a modalità di esistenza di un tempo che potrebbe sembrare lontanissimo, per il genere dei lavori oggi scomparsi, per la qualità tramontata delle quotidiane incombenze femminili, soprattutto per quella rete di relazioni che si creava tra le persone chiuse in qualche modo entro le stesse pareti, di cui s’è persa traccia al giorno d’oggi.
    24 poesie che sono altrettanti ‘quadri’ di un’unica ‘commedia umana’, composta con grande serietà e con il desiderio di rendere testimonianza dei suoi protagonisti, persone osservate con sorpresa e lieve malizia dalla bambina d’allora, con rispetto e consapevolezza dalla donna colta e impegnata che Sandra era.
    Proprio nella capacità di tenere insieme i due registri d’osservazione sta l’originalità di questa parola poetica: mai ingenua, mai scontata, mai svenevole, mai cinica.»

  • € 17,00 € 13,00

    IL CÂLI – POESIE E PROSE 1981-2012

    Discanto

    “Se non c’è più un mondo non può più esserci poesia. Quel che ancora è chiamato tale è un globo in catene, uno scafo di galera col suo luttuoso carico nel tempo [dove nessuno canta più dove chi tiene la frusta emette crimine vocale rock-metal!]. I nomi non significando più le cose significate (terra, burro, strategia, rosa, vita, perfino padre…), il linguaggio dei poeti non ha più ponti per comunicare né col presente né col futuro: può soltanto collaborare passivamente, incoscientemente, ad allargare il deserto raschiando interminabilmente, con zampette sfinite, il fondo nero della pentolaccia dell’Io, mai stato più meritevole di diffidenza e di odio, più povero in un bisogno nuovo di refrigerio, di silenzi che lo scollino dalla parte carceraria delle parole.”
    dalla postfazione di Ottavio Besomi

  • € 8,00 € 4,00

    IL KOSOVARO

    Discanto

    La storia vera di un profugo Kosovaro ospitato in Friuli dall’autrice.

    “…A Pancevo, ricordo, / la piazza era affollata / per la grande Fiera dell’anno. / Sfilavano i cavalli / sul dorso le belle coperte / rosse o multicolori / tessute a disegni. / Pesa, il ricordo del passato. / Oggi Pancevo distrutta / è una fornace di veleni chimici…”. Bruna Sibilla-Sizia

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    ISULIS – isole

    Discanto

    Arcipelaghi
    L’isola è un topos simbolico e letterario tra i più antichi e resistenti.
    L’isola è mondo a sé, chiuso, lontano, sempre altrove rispetto alla norma, al dato, alle cose. In essa si può trovare il locus amoenus o l’incubo, la trappola mortale o la salvezza.
    Sempre si trova o si spera di trovare la differenza: nessuna isola sarebbe più deludente da trovare se non un’isola che non ha nulla di differente dalla terra ferma, che non abbia sviluppato forme, presenze, assenze che la rendono narrabile.
    Per tratteggiare un’isola bastano pochi elementi: il mare, spazio inquieto che per i greci sottostava all’imperio di un altro dio, rispetto alla terraferma, il cielo con i suoi presagi d’aria ed un pugno di terra circondata, sola, impotente.
    L’isola non è terra e non è neppure mare. Da questo vive assediata e di questo sopporta la frusta salata di onde e maree. Luogo in cui essere e divenire riescono a manifestarsi in modo trasparente.
    Così, è stato abbastanza facile anche per me rifugiarmi in questa metafora. Questa raccolta dice del separarsi dal mondo e dal suo fluire, dell’essere “isola” costretta ed assediata, pietrificata nelle possibilità.
    “Mârs” è l’assenza di terra che ogni isola mostra, ma allo stesso tempo anche l’assenza di mare laddove mare ci dovrebbe essere. E’ anche l’impossibilità dell’essere: non c’è nessuna sospensione temporale che salvi dall’erosione della costa ad opera delle maree.
    Tutto continua a divenire e ciò lo scopre chi dall’isola riesce ad uscire: non gli viene restituito lo stesso sé né lo stesso mondo, ma una geografia altra, fatta di altre forme e altri movimenti.
    Seconda sezione del libro è “San Pauli”, che isola lo è stata davvero, per tutto il ‘600, quando il Tagliamento l’aveva chiusa fra due rami e che ha sviluppato nei secoli seguenti una propria originalità rispetto al territorio circostante.
    A San Paolo ho lavorato per vari anni entrando in tutte le case ed imparandone le parole. Ogni giorno percorrevo un cerchio di chilometri ed ogni giorno incontravo gli stessi campi, le stesse case, le stesse persone. Per me il privilegio di assistere al tralucere di essere e divenire.
    Circolo ermeneutico nel mio girare quotidiano, la com-
    prensione di un testo che restava e si rinnovava insieme al mio stare e rinnovare.
    A legare assieme queste parti circondate e agitate dall’acqua, ci sono “I pomodoros da la Nives”, le opere da fare giorno per giorno, un elemento di terra, un legno salvifico.
    I pomodori che Nives, mia madre e Tin, mio padre, ogni anno coltivano. A loro modo un’altra isola, un altro
    modo di essere isola, dove fatica e gioia si offrono, come possibilità cosmica di condivisione, ad ogni passante.

    Infine dei saluti. A tre donne: Alba, Sabrina e Francesca che attorno all’isola stavano. A quelli di San Paolo, a quelli che, ora più che mai, non hanno morte. A Rita Ferro, a don Gigi Zadro e alle nostre eucarestie di tabacco. A Marco e Anna. A Ennio, che arriva in grava alle sei di sera con la chesterfield in bocca, lo shampoo e la musica a manetta. A Marco, in attesa di un altro aperitivo. A Raff BB, Guido, Lussia, Bianca, Alfredo, Fabian, Maurizi, Pauli, Vera, e tutti gli altri garps e trastolons, perchè è una consolazione pensare di avere a che fare con loro, comunque sia, fino alla fine. A quelli di Mortegliano, di Andreis, del Disquisito e di Acque di Acqua. A Giacomo Sandron, perché è meglio che se ne stia alla larga. Ai soliti goriziani.
    A Alessandra per tutto quello che ha fatto e che fa.
    Per tutti quelli che, ovunque, esercitano il sacrosanto diritto di camminare, muoversi, migrare.

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    JONAS

    Discanto

    «[…] Perché mai ancor oggi Giona interroga, provoca, seduce e ispira, come anche Luca De Clara ci mostra in questa sua bella e intensa raccolta poetica? Tento qualche risposta, dal mio osservatorio teologico. Mi pare che in Giona venga proposto drammaticamente il binomio vicino-lontano. Ninive è il luogo lontano per eccellenza, geograficamente, culturalmente, religiosamente – «No soi jo chel just par Ninive / … o par New York» –, ma è soprattutto il luogo della missione, della chiamata, dell’incontro con l’altro-da-me. Anche Tarsis è lontano, ma in modo diverso: è il luogo della fuga dalla responsabilità, dell’illusione dell’invisibilità e forse anche della percezione di un Dio che implacabilmente ti scova, quando ha deciso di chiederti una mano. Un Dio implacabile nella debolezza: «Di bessôl jo no pues nuje»! Ma se Ninive e Tarsis sono lontani, dov’è il vicino? Chi è? Sembra che il vicino e il lontano dipendano marginalmente dalla posizione che l’uomo di volta in volta assume. La lontananza e la vicinanza le fa Dio. Ninive è lontana dagli orizzonti di Giona – lontana prima, e proprio per questo non ci vuole andare, ancor più lontana dopo, a causa del livore per una pietà inaspettata e scandalosa –, e sembrerebbe lontana anche da Dio, ma Dio le si fa vicino: non può abbandonare una città «nella quale vi sono più di centoventimila persone, che non sanno distinguere fra la mano destra e la sinistra, e una grande quantità di animali». Perfino degli animali Dio si occupa! Inoltre sembra che, se ha poco senso parlare di lontananza, perché Dio è vicino a tutti, sia ancora più insensato credersi vicini in modo esclusivo come Giona – «tu vais, tu lu preis, / tu ti fasis plen di borie / e tu contis ch’al è to chel Signôr» –! A Dio e non a Giona, spettano il giudizio e l’azione! Giona, il vicino, è lontanissimo. Ninive e Tarsis, terre lontane, sono vicine perché Dio le tiene d’occhio. E Giona, lontano nella sua vicinanza, è vicino nella sua lontananza, quando scappa e Dio lo ritrova o quando, sotto il ricino rinsecchito e le vampe del sole, Dio gli si fa incontro per farlo ragionare. Chissà se si convince di fronte all’appassionata autodifesa del Signore? Come nella parabola del padre buono (Lc 15,11-32), anche nel libro di Giona la conclusione rimane sapientemente in sospeso. La scena si dissolve e solo risuonano nella penombra parole di costernata bontà – «non dovevo avere pietà…»; «bisognava far festa…» – davanti alle quali occorre prendere posizione. Chi è veramente dalla parte di Dio? E chi è contro? E io dove sono? Mi pare sia questo il caso serio sollevato dal libro di Giona, che riecheggia anche nelle poesie di Luca».

    Dalla Postfazione a cura di don Federico Grosso

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    L’IDEOLOGIA FRIULANA – Critica dell’immaginario collettivo

    Discanto

    Forse questi occhi crudeli sono il solo modo intelligente che possa avere uno scrittore per amare il proprio paese.
    Tito Maniacco

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    LA BANCIA DA LI’ PERAULIS PIARDUDIS

    Discanto

    La panchina delle parole perdute affiora e riaffiora: cornice ineludibile, anche quando la sua presenza è solo postulata, collante, garanzia per la raccolta di unità, poemetto con la galleria dei suoi destini dolenti, inventario di esistenze grame, che la bancia, con funzioni e inquadrature che non sempre collimano, rende tangibili.

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